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mercoledì 20 novembre 2019

Incontro filosofico a Cameri

Paolo Pulcina
alla Biblioteca Civica di Cameri
Ha avuto una buona accoglienza da parte del pubblico l'incontro filosofico tenutosi domenica 17 novembre presso la Biblioteca Civica di Cameri, durante il quale Paolo Pulcina ha dialogato con Antonio Cutri (esperto in consulenza e pratiche filosofiche) sulle emozioni umane.
Dopo aver fatto una rapida carrellata sulle principali teorie elaborate dai filosofi riguardo alle emozioni nel corso della storia e aver introdotto alcune considerazioni sul vissuto emozionale dei bambini e degli uomini autori di violenza, Pulcina e Cutri hanno poi coinvolto il pubblico in un dibattito appassionante, nel corso del quale la platea è intervenuta con evidente interesse e calorosa partecipazione.
Un ringraziamento particolare a Rossana Carne (amica e nostra compagna di molte riflessioni) e all'amministrazione comunale di Cameri, che hanno reso possibile la realizzazione di questo bell'evento.

Eloisa Massola

domenica 9 settembre 2018

A Vercelli, la cultura in carcere conquista i detenuti

Grazie a Raffaella Lanza, che ha parlato della nostra iniziativa su "La Stampa" di sabato 8 settembre 2018!
 
 

martedì 4 settembre 2018

Corso di filosofia e letteratura presso la Casa Circondariale di Vercelli

Dopo la bella esperienza di Letti di notte... anzi no, di pomeriggio! (una vera e propria "notte bianca" della lettura, a cui anche le persone detenute hanno potuto partecipare grazie all'iniziativa di Roberta Invernizzi e Alessandro Barbaglia), questa volta Paolo e io abbiamo portato in carcere la filosofia e la letteratura.
Le infaticabili Valeria Climaco, Antonietta Pisani e Mari De Pascale ci hanno infatti permesso di realizzare cinque incontri - svoltisi quest'estate tra il 24 luglio e il 4 settembre presso la sezione maschile della Casa Circondariale - in cui abbiamo parlato di Wittgenstein, Platone, Kant, Freud (sempre e rigorosamente in ordine non cronologico!) e letto poesie e brani di Mariangela Gualtieri, Wisława Szymborska, Alessandro D'Avenia, Sylvia Plath. Pensieri e parole di autori diversi per epoca, formazione e inclinazione, riuniti ad ogni lezione sotto un unico ampio tema (il linguaggio, il pensiero, l'amore e l'amicizia, l'inconscio...) e che si sono trasformati, incontro dopo incontro, in un'occasione di dialogo e confronto.
Calda, bella e consolante la partecipazione dei partecipanti, in particolare di quello "zoccolo duro" che ci ha seguito (nonostante il caldo afoso del mese di agosto!) imperterrito durante tutte le nostre divagazioni. Non dimenticheremo facilmente i loro volti, le loro storie e le risate a cuore aperto che ci hanno regalato - nella speranza di poterli reincontrare ancora sul nostro cammino. Magari in autunno, quando l'inizio della nuova stagione porterà con sé nuovi progetti - forse da realizzare ancora presso la Casa Circondariale...

Eloisa Massola

martedì 6 marzo 2018

L'importanza della fiaba (e della fiaba filosofica) sul TGR "Petrarca"

Nell'epoca di Internet, dei cellulari e della tecnologia presente in ogni momento della nostra vita, quanto è ancora importante leggere fiabe ai bambini?
Se ne è parlato nella puntata di Petrarca (TGR culturale) andata in onda su Rai Tre sabato 3 marzo scorso, alle 12.55, insieme a Raffaella Pretta, presidentessa dell'associazione La Quarta Parete, che ha ideato il progetto Nonno, mi leggi una fiaba?, un percorso di letture animate rivolto ai più piccoli. Un progetto che ha riscosso molto successo, raccogliendo candidature di nonni da numerose città italiane: Torino, Mestre, Napoli...
Si è discusso inoltre delle "fiabe filosofiche" insieme a Paolo Pulcina, autore, insieme a Roberta Invernizzi del libro Sette stanze d'alberi e d'acqua. «La fiaba filosofica» ci ricorda Paolo Pulcina «è un racconto dove si cerca di spiegare delle tematiche molto ostiche, che ci permetta di superare le difficoltà dell'esistenza».

E' possibile rivedere l'intera puntata di Petrarca su RaiPlay, al seguente indirizzo: https://www.raiplay.it/video/2018/02/TGR-Petrarca-00d85270-b3b4-4eb9-9bac-eaa98788a46b.html.

mercoledì 28 febbraio 2018

Umanità assortite

«Vi è mai capitato di guardare le comiche? E' uno spettacolo tremendo! Si ride solamente perché qualcuno si fa male: se cade, se riceve un pianoforte sulla testa, se gli crolla la casa... Se i poliziotti lo inseguono e magari lo riempiono di botte... Si RIDE per le DISGRAZIE altrui. E' terribile! Non trovate?»

Questo l'incipit dello spettacolo Umanità assortite, messo in scena domenica scorsa, 25 febbraio, dalla talentuosa compagnia costanzanese La Quarta Parete, con la regia di Max Bottino.
In effetti, le storie raccontate dai nove attori non sono a lieto fine né edificanti: «Poca bontà, nessuna barzelletta... Queste cose esistono. E non sono rare, lo sappiamo. Ma abbiamo scelto... sì, abbiamo scelto il peggio!». Dal racconto dello stupro di Franca Rame a Lo spazio bianco di Valeria Parrella, passando per Gli sdraiati di Michele Serra, i nove monologhi (recitati da Luisa Facelli, Concetto Burderi, Antonio Maria Porretti, Raffaella Pretta, Carmine Fra, Maria Raiteri, Max Bottino, Nadia Sgnaolin, Massimiliano Francese) raccontano un'umanità disastrata, sofferente, ferita - per la quale a poco servono perfino le "maschere" del teatro. Una madre che lotta per nutrire la propria neonata morente, una donna stuprata, un padre disarmato... e molti altri. Non vi è quasi rappresentazione, bensì testimonianza.
A seguire, nella seconda parte dello spettacolo, nel (vano!) tentativo di dare una risposta ai principali quesiti esistenziali emersi nel corso dei monologhi, interviene il filosofo Paolo Pulcina (co-autore della favola filosofica Sette stanze d'alberi e d'acqua, che da anni si occupa della filosofia insegnata ai bambini) che, con il consueto garbo e umorismo, stimola una divertita e coinvolta platea a riflettere su alcuni quesiti cruciali: chi siamo, realmente? Possiamo essere certi della realtà che ci circonda? E infine: che cos'è la "Verità" che molti di noi sembrano ricercare in questa esistenza?
Interrogativi che, è inutile precisarlo, sono destinati a restare senza risposta.

Eloisa Massola

mercoledì 31 gennaio 2018

Filosofia coi bambini: unico modo per recuperare una società libera, autonoma, autocritica

L’idea di progettare e programmare lezioni di filosofia per bambini compare negli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta e parte dalla constatazione che non è possibile garantire una società veramente libera e solidale se non si riuscirà a generare persone capaci di pensare per se stesse, nel quadro di un processo solidale e cooperativo di discussione. L’ispiratore, iniziatore e principale autore di questo progetto socioculturale è stato Matthew Lipman, ex professore all'Università di Montclair (New Jersey), scomparso nel 2010. Nella città statunitense si creò l’Istituto per lo sviluppo della filosofia per bambini (IPCA) come ente istituzionale per lo sviluppo del curriculum, i lavori di ricerca pedagogica e la formazione degli insegnanti.
Grazie all'IPCA, “filosofia per bambini” è oggi il nome di un vasto progetto educativo che si è andato introducendo un po’ in tutto il mondo. L’Italia, che pur vive validi tentativi in merito, è ovviamente rimasta al palo, dalla prospettiva ministeriale ed istituzionale. In Italia, sono i singoli, individui o piccoli gruppi, a tentare di animare l’idea di regalare il pensiero filosofico ai bambini delle scuole elementari: i Ministri che si sono succeduti, almeno negli ultimi 25 anni, hanno sempre completamente ignorato la possibilità di rendere la filosofia un insegnamento istituzionalizzato, preoccupandosi, al contrario, di smantellare la “madre di ogni sapere” anche dagli istituti superiori dove oggi è ancora insegnata.

Un altro grande attore internazionale della filosofia per i bambini è José María Calvo, che implementò i principi e i fondamenti della filosofia per bambini nei suoi corsi di liceo in Spagna. Il professore propizia un concetto di nuova istruzione basata su principi democratici ed esprime l'idea, diffusa fra i pensatori esistenzialisti, che l'essere umano è un progetto che “si fa”, si realizza, si produce, sia a livello personale che sociale.
Ora, per Calvo (come per numerosi altri pensatori), questo “farsi” si attua attraverso l’istruzione che, in questo modo, acquista un significato vitale, esistenziale. Per compiere la sua missione, essa deve avere caratteristiche democratiche e tolleranti, per poter così adeguarsi alle esigenze umane del momento. L’autore riprende l’idea che l’istruzione sia una prassi, un’arte (pedagogia come arte dell’educazione) che si impara solo studiando i comportamenti all’interno delle aule, senza trascurare naturalmente gli apporti teorici che gli esperti possono apportare.

L’aspirazione di coloro che si dedicano all’insegnamento della filosofia ai bambini è di “insegnare a pensare”: non importa che tu conosca vita e opere di un filosofo, il suo pensiero approfondito sin nei suoi meandri, ma è importante che i bambini sappiano che “si può parlare persino di cose così strane come i ragionamenti e le interpretazioni, e che ognuno può commentarle e stravolgerle, se possiede altri ragionamenti da proporre”.

Filosofia alle elementari: immagine tratta dal sito de
"La Repubblica - Milano"
Attraverso la filosofia si deve offrire all’alunno la possibilità di acquistare le strategie, le procedure e gli atteggiamenti propri del pensare filosofico: il dialogo, l’argomentazione e l’atteggiamento critico serviranno allora affinché gli studenti imparino a pensare autonomamente.
Il professor Calvo concorda con i seguaci di questo sistema: i bambini hanno l’obiettivo di raggiungere l’acquisizione di un pensiero critico e creativo, di formarsi nella società della libertà di espressione (la parresìa).
Calvo concorda anche e soprattutto con la teoria per cui lo studente è il protagonista del suo apprendimento: è lui stesso a sviluppare un apprendimento significativo nella misura in cui scopre il significato di ciò che impara. In contrapposizione a quanto sostenuto e realizzato dalla Pubblica Istruzione, per cui il contenuto didattico è ben più cogente rispetto al significato di ciò che sto studiando, rendendo così l’insegnamento e il docente come “esperti” da imporre, il modello del programma “filosofia per bambini” si propone di recuperare il ruolo attivo dello studente come costruttore delle proprie conoscenze. Questa costruzione è possibile solo attraverso il dialogo con gli altri (Socrate e Platone saranno serviti a qualcosa, no?), donde l'importanza di favorire nell’aula la instaurazione di una comunità di ricerca: uno dei princìpi fondamentali del programma è il concetto che si impara solo e meglio in comunità (come postulato, fra altri, da John Dewey).
Questi concetti sono in linea con una visione della conoscenza che supera la tradizionale concezione speculare della stessa come riflesso della realtà, e la concepisce come una perpetua costruzione sociale, sempre in evoluzione (pragmatismo contro dogmatismo), fissando il traguardo ideale di una conoscenza capace di manifestarsi in un’applicazione pratica. Teoria e prassi si corroborano per un fine splendido: migliorare la qualità della vita sociale ed individuale dell’umanità. Progetto ambizioso, si dirà, ma è oggi reputato utopia soltanto perché non si vuole renderlo reale: è molto più comodo diseducarsi e viziarsi che educarsi e farsi virtuosi. E i risultati sono palesemente evidenti, banali, oramai… Se lo studente è il centro e il soggetto dell’istruzione, è indispensabile che la filosofia si offra all’alunno in modo tale che si riconosca vitale e necessaria. Per portare a termine un modello educativo come quello del programma IPCA, sono necessarie determinate condizioni: l’adozione di un modello attivo di istruzione, una preparazione adeguata dei docenti, la creazione di una comunità di ricerca e l’impiego di materiale significativo e fruibile per gli studenti. È imprescindibile anche il superamento di un concetto tribale di istruzione, vale a dire quel che la considera come una semplice trasmissione culturale da parte degli adulti, riservando agli allievi un atteggiamento passivo. In questo clima democratico, lo studente può prepararsi per la sua futura vita attiva nella società, perché sarà sviluppato il pensiero autonomo, critico e creativo, aperto al dialogo e alla tolleranza. In base al principio secondo cui “la filosofia non si impara, ma si vive o si fa”, nel programma di filosofia per bambini non si impara ciò che i filosofi hanno detto, ma si fa ciò che essi stessi hanno fatto: la classe non si limita ad apprendere filosofia, ma in essa, innanzi tutto, si fa filosofia.

Secondo Calvo (e lo possiamo davvero condividere appieno) le differenze fra l’educazione tradizionale-istituzionale e il nuovo concetto educativo risiedono in questi punti:

Educazione tradizionale:
- importante non è la persona che apprende;
- importante sono le materie ed il docente nel ruolo di esperto;
- lo studente continua ad essere un “mezzo” e non un “fine”; la finalità è, invece, approvare il metodo, ottenere i risultati, diplomarsi e laurearsi;
- più che apprendimento si tratta di insegnamento e studio.

Educazione innovativa:
- lo studente è il protagonista del suo apprendimento;
- il solo vero elemento importante è la persona che apprende;
- le materie curricolari devono essere “a servizio” dello studente;
- l’apprendimento significativo sarà determinato dallo studente medesimo;
- il “significato” non può essere insegnato, bensì ogni essere umano deve scoprirlo per proprio conto.

Il nuovo concetto di istruzione ha bisogno di una nuova struttura curricolare che assicuri a sua volta una istruzione significativa che tenda a sviluppare nelle persone menti riflessive e critiche. Josè Calvo ritiene che la filosofia per bambini costituisca un elemento fondamentale nella riforma educativa del suo Paese ed elenca i vantaggi che comporta quel progetto: in primo luogo sottolinea l’importanza del pluralismo e la presentazione della filosofia attraverso racconti che facilitano la scoperta della realtà da parte di bambini e adolescenti. Un’altra delle benedizioni ponderate del programma è che gli studenti si abituino a pensare da se stessi sui temi importanti della vita, a prendere coscienza delle responsabilità come esseri umani.
Il nostro obiettivo: elaborare una pedagogia che insegni ad apprendere, ad apprendere per tutta la vita dalla vita stessa” (Rudolf Steiner).

Paolo Pulcina

giovedì 24 agosto 2017

Scusami, Hegel...


"Was vernünftig ist, das ist wirklich; und was wirklich ist, das ist vernünftig".

Così recita G.W.F. Hegel nella prefazione ai suoi “Lineamenti di filosofia del diritto”.
Hegel non è “un” filosofo: Hegel è un mostro sacro della storia della filosofia. Senza perderci nelle miriadi di descrizioni del pensiero e delle opere del tedesco, cerchiamo di concentrarci su un’interpretazione di questa frase, che tanto ha prodotto sviluppi successivi nella storia della cultura e dell’umanità.
La frase sopra citata è generalmente traducibile in questo modo: “Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale”. Senza dubbio, una bella trovata.
Hegel è il filosofo che estremizza l’idealismo e lo porta, a suo dire, alla sua compiutezza massima: l’incarnazione più completa, immanente, olistica della Ragione Cosmica, o Spirito Assoluto, forza generatrice e creatrice dell’universo. L’Idea pura si auto-espone nel mondo fisico, creandolo e facendone esperienza, per poi ritornare al mondo dei concetti, migliorata di questa esperienza cosmica.
Se non fosse Hegel a scriverlo, potremmo facilmente accreditare tutto questo a qualche esoterista di scuola steineriana o ancora meglio orientale. Invece è proprio il filosofo di Stoccarda, quello che ha trasformato l’intera storia della filosofia fra ‘700 e ‘800 assieme a Kant, per poi cedere il passo agli allievi Feuerbach e Marx.
Dobbiamo però sintetizzare, per non perderci nella incontenibile produzione di Hegel: concentriamoci su questa rivoluzionaria e lapidaria frase.

Se tutto ciò che è razionale è reale, dobbiamo intendere che la ragione è immersa in questo mondo che viviamo in ciascuno dei suoi aspetti. Ogni pensiero è manifesto nella realtà.
Se tutto ciò che è reale è razionale, dobbiamo intendere che la realtà in cui siamo immersi è dettata dalla ragione. Lo Spirito Assoluto, ossia la Razionalità dell’universo, determina la nostra realtà di ogni istante.
Le riflessioni sono a dir poco necessarie: qui non si tratta di beghe filosofiche o storico/politiche, qui si tratta di guardarsi allo specchio e chiedersi se questo mondo sia il migliore possibile che il Cosmo possa aver prodotto (un po’ come per Leibniz, ma non dobbiamo confonderci...), oppure se la Razionalità universale si stia ancora adoperando per svilupparsi nel mondo.
Se ognuno di noi osserva la sua vita, e dico OGNUNO DI NOI, ed affermasse che la ragione è tutto intorno a noi, ebbene sarebbe da studiare. Clinicamente, psicologicamente, socialmente, praticamente.
Hegel provò a fondare un suo sistema universale esistenziale ed esaustivo. Come? Travisando tutto ciò che potesse, tranne l’idea di dialettica. Solo questo ha davvero azzeccato bene. Il resto lo ha reso mostruoso, quasi cercasse di sopprimere ogni buon senso.
Egli partì dallo stravolgimento che Fichte operò sull’Io-Penso di Kant, trasformando questo “operatore mentale” in una coscienza universale che genera il sé e il mondo attorno al sé. Poi, concepì che il cosmo produce tutto ciò che esiste in tre fasi differenti: la tesi (momento astratto), la sua contrapposta antitesi (momento negativamente razionale) e la loro conseguente sintesi (momento positivamente razionale). Il passaggio da antitesi a sintesi è chiamato “aufhebung”, superamento: un delirio in cui il Cosmo “toglie e mantiene” al contempo elementi qualitativi dei due momenti contrapposti per giungere alla sintesi.
Secondo Hegel, tutto ciò che esiste, emozioni e pensieri compresi, funziona così. E la Razionalità universale ha percorso la storia dell’umanità in tante tappe (spiegate in alcuni dei suoi testi, su cui la famosissima “Fenomenologia dello Spirito”) fino ad arrivare al suo compimento perfetto, coglibile dalla sola Filosofia (sintesi di Arte e Religione) e manifesto nell’epoca della grande Prussia in cui viveva ed insegnava. Ecco servito un ciarpame di frustrazioni, venduto al pubblico da Hegel come “scienza compiuta”.
Dov’era la razionalità cosmica prima che esistessero l’uomo e l’umanità? È solo l’uomo che l’ha realizzata in questo mondo fisico? E come fa la Natura, che tanto amava Hegel, a non rappresentare l’Idea (o Logos) generatore del Cosmo stesso? Come può la Natura essere l’antitesi dell’Idea??? E la Prussia dell’Ottocento era davvero, agli occhi di un genio del pensiero, l’incarnazione sociale dello Spirito Assoluto che era giunto al compimento della sua Grande Opera?
Io penso che Hegel, dotato di un acume e d’una profondità uniche, abbia fatto nient’altro che ingannare se stesso tutta la vita. E mi dispiaccio: avesse avuto meno paura, avrebbe davvero cambiato (in meglio) la cultura occidentale. E invece si è sentito quasi ateo dopo essere stato religioso ed aver concepito lo Spirito Assoluto cosmico. Ha parlato di “incessante dialettica universale” e poi l’ha castrata al 1831, ha concepito lo “stato etico” per poi ammettere e giustificare la totale ingiustizia sociale di quei tempi.
Mi spiace davvero, ma ha detto bene Schopenhauer: “Calibano intellettuale, sicario della ragione”. Anche perché il caro Hegel ha irriso se stesso proprio sulla dialettica: essa è il movimento eterno dello Spirito Assoluto, della Ragione Universale. Dopodiché, arrivati alla Filosofia, sintetica fusione di religione ed arte (dal versante speculativo) e arrivati all’eticità, sintetica fusione di moralità e diritto (dal versante sociale), questo incessante movimento cosmico si arresta. E futuro non c’è. Perché? Perché Hegel si crede il portavoce ultimo dell’idealismo, la filosofia per eccellenza che ha superato (togliendo e mantenendo!!!) tutte le altre forme di sapere. Perché siamo nella grande Prussia del primo ventennio dell’Ottocento. Di meglio non potrà esserci. Eppure, caro Hegel...

Concludiamo con Marx, il suo più prolifico seguace e interprete. Si può essere marxisti o marxiani (e non è un gioco di parole...), si può capire Marx o soltanto “amarlo”, si può leggerlo senza inneggiarlo, si può inneggiarlo senza leggerlo, si può criticarlo senza conoscerlo e conoscerlo senza criticarlo. Si può essere comunisti senza essere marxisti o marxisti senza essere comunisti (anche se più difficile...); ma non si può togliergli il grande e immortale merito di aver detto a Hegel (parafrasi del tutto personale, ndr): «Somaro, hai fatto un gran casino. Bastava solo metà di quella frase, il resto l’hai usato per scopi puramente personali ed opportunistici».
Per Marx, ciò che è reale, la società in cui si vive, fatta di uomini, donne, bambini, animali, ambiente, case, alberi, giardini, fabbriche, panettieri, carbone, patate e sigari, NON È razionale, anzi è del tutto irrazionale, iniqua e ingiusta. Umanamente inaccettabile e del tutto discutibile. Se poi il filosofo di Treviri ci ha costruito una sua teoria politico/filosofica che ha sconvolto il corso dei tempi, questo è giudizio di ognuno di noi, ma sicuramente ha inciso più Marx di Hegel nella storia dell’umanità. Quindi a Hegel un regalino non l’ha portato nemmeno il suo Spirito Assoluto: questi l’ha portato al suo allievo Marx, meritevole di averle “suonate” al maestro. Marx ha quindi intrapreso la sua strada: amata, odiata, anelata, deturpata, travisata, schifata o altro. Ma comunque strada piena di idee che concretizzano eventi: ragione che si fa realtà.
Quando invece, povero Hegel, hai ecceduto con la birra ed è la realtà a fare la ragione, ahimè non hai proprio niente da dirci se non “negativamente” (il “negativo” filosofico) e ognuno di noi resta un universo di per sé. Hai realizzato l’unità di pensiero ed essere, poi l’hai congelata istantaneamente nelle tue autocelebrazioni. Hai svenduto il tuo acume intellettuale alla società del tuo tempo, volendo forzare l’esistenza dentro alla ragione: avresti certamente avuto più fortuna imparando da Parmenide, Spinoza e dal tuo ex amico Schelling.

Paolo Pulcina