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lunedì 20 marzo 2017

Antonio Manzini: "7-7-2007" e "Orfani bianchi"

C'è una sorta di "Senso al Nero" che attraversa l'opera di Antonio Manzini, attore, sceneggiatore, regista, scrittore e celebre genitore letterario del personaggio di Rocco Schiavone, interpretato sullo schermo da Marco Giallini.
Io l'ho scoperto quasi per caso - suggeritomi da una cara amica (nonché lettrice raffinata e intelligente) e regalatomi poi (parlo di 7-7-2007) da mia madre per Natale.
7-7-2007 è il capitolo finale dei romanzi incentrati sulla figura del vicequestore Schiavone; mentre Orfani bianchi (anche questo un regalo - del mio compagno, che ha notato con quanta rapidità abbia divorato il primo volume) è una storia del tutto diversa, che ha come protagonista una giovane donna moldava, Mirta, giunta in Italia in cerca di fortuna.
Trame differenti, personaggi quasi agli antipodi (Mirta è fragile tanto quanto Rocco è ruvido e impenitente), ma un unico nodo centrale, che è quello del dolore.
Scena dopo scena, particolare dopo particolare, ci si accorge che Manzini sa descrivere e (re)suscitare l'umana sofferenza attraverso attimi di autentica bellezza narrativa. Si pensi, ad esempio, alla scena in cui Guido e Anna Livolsi, genitori di una delle giovani vittime, accolgono Schiavone nel loro soggiorno, dopo la morte del figlio, e sono «avvinghiati come due naufraghi ad uno scoglio in mezzo all'oceano in tempesta».
Quello descritto nell'opera di Manzini è un dolore che non sempre ha senso e che muove sotterraneo nelle nostre viscere. O, meglio, il "senso" (quel filo rosso che possiamo intravedere nelle nostre esistenze e in quelle dei personaggi che più amiamo) c'è, ma non è sempre è rassicurante e positivo come ci aspetteremmo - come vorremmo.
Per questo ho parlato, all'inizio di questo post, di "Senso al Nero": Manzini ci conduce, con al sua scrittura rapida, senza fronzoli verso due finali inevitabili, a ben vedere costruiti sin dall'incipit. Il destino stringe i protagonisti in una morsa ineluttabile e non c'è possibilità di riscatto o di aiuto. I rapporti umani si disintegrano - se non in 7-7-2007 (dove l'amicizia fra Schiavone e i suoi vecchi "compagni di merende" garantisce comunque la condivisione della sofferenza), sicuramente in Orfani bianchi, dove la scena finale (così cinematografica!) è un tourbillon di incomunicabilità, panico, mancanza improvvisa - che è poi il manifestarsi della morte.

A. Manzini
7-7-2007
Sellerio editore
P. 369

A. Manzini
Orfani bianchi
Chiarelettere

P. 240

Eloisa Massola

venerdì 11 novembre 2016

La biologia e il senso della malattia - vol. 1

«Cosa ha forgiato il mio carattere? La storia della mia vita. [...] Ci sono persone Che restano bloccate sul versante emozionale e altre che vengono sommerse dalle emozioni. Il bisogno di forgiare il proprio carattere può manifestarsi in un modo o nell'altro. [...] La malattia risponde a un messaggio.»

Non necessariamente a "qualcosa che non va", ma semplicemente a un messaggio. Partendo da questo assunto, il medico generico Gérard Athias analizza, nel primo volume de La biologia e il senso della malattia le radici emotive e animiche della malattia intesa come "manifestato" di un nodo interiore da risolvere.
Dopo aver definito che cosa sia la malattia («l'espressione di un conflitto, di uno stress all'interno di uno spazio biologico»), Athias passa in rassegna i vari tipi di cancro sino a giungere all'esposizione della teoria riguardante il progetto inconscio dei nostri genitori (e dei genitori dei nostri genitori): in tal senso la malattia assume le caratteristiche di una risposta data a una domanda che ci lascia spesso senza parole, in quanto non è stata posta da noi, in questa vita - ma da persone che su di noi hanno proiettato desideri, timori, irrisolti e conflitti. In quest'ottica, ecco che la consapevolezza - la capacità coraggiosa di scrutare all'interno della nostra psyche - diviene fondamentale per la risoluzione del progetto-senso dei genitori e, dunque, della malattia.

«I genitori non sono colpevoli della nostra malattia. Io non sono una vittima, devo solo comprendere. [...] Si dice che bisogna lasciare la presa per evitare che l'altro abbia un'influenza su di noi. La soluzione consiste nell'accettare, amare, tollerare e lasciare la presa.» [1]

Non solo la famiglia può agire sulle manifestazioni del nostro corpo, ma anche noi stessi, sovente, siamo veicolo e alimento delle malattie che ci affliggono: nel "giorno 2" Athias si sofferma sui rischi della sottovalutazione e dell'aspirazione alla perfezione - mali caratteristici e sempre più diffusi nella nostra società. («La perfezione è terribile, non può avere figli...», scriveva Sylvia Plath.)

«[...] la perfezione ci conduce a due meccanismi: il primo consiste nel non fare niente, perché qualunque cosa si faccia non sarebbe perfetta, ed è il comportamento caratteristico del depresso; il secondo consiste nel rendersi conto che quello che si fa non è perfetto e nell'entrare in un percorso di sottovalutazione.»

Particolarmente interessanti in questo volume sono infine i numerosi riferimenti all'etologia e al mondo animale, che sovente viene utilizzato per spiegare i meccanismi d'azione della malattia dell'uomo, in un'affascinante prospettiva "olistica" che comprende la Natura tutta e che ci permette di comprendere come anche l'essere umano possa e debba essere inserito in una prospettiva più ampia, universale, che è specchio e rappresentazione del Cosmo nell'Uno.

Scritto in forma scorrevole e decisamente accattivante anche per i "non addetti ai lavori", il saggio di Athias merita senz'altro una lettura meditata e ragionata: se non possiamo ambire all'immortalità, è pur che possiamo cercare di ampliare i limiti della nostra consapevolezza per il nostro benessere e per il bene di coloro che amiamo.

Note:
[1] Gérard Athias aveva già affrontato il tema del progetto inconscio della famiglia ne Le radici familiari della malattia (Venexia Editrice, 2009), che trovate recensito sul blog Spaziofatato.


G. Athias
La biologia e il senso della malattia
Venexia Editrice
219 pagine


Eloisa Massola

venerdì 5 agosto 2016

Psicologia e alchimia della coppia

«L'altro è lo specchio sul quale non dobbiamo limitarci a proiettare la nostra immagine per compiacerci di quanto bella ci venga restituita, o la nostra Ombra pr combattere quegli aspetti negati di noi stessi che non riusciamo ad accettare. L'altro è la superficie riflettente oltre la quale abitiamo noi stessi. L'altro è il tutto di noi, dal quale dobbiamo imparare a recuperare ciò che ci è necessario per conoscerci, per evolvere. Dall'altro dobbiamo imparare, perché attraverso i suoi comportamenti, le sue reazioni, il modo che ha di porsi nei nostri confronti, è in grado di darci tutte le informazioni che ci servono per poterci conoscere più a fondo e contattare il nostro Nucleo d'Oro.»

Lo psicologo e divulgatore Francesco Albanese si sofferma in questo libro, Psicologia e alchimia della coppia - dal linguaggio semplice e accessibile - sulle caratteristiche del sentimento amoroso, esplorandone la natura attraverso i capisaldi del pensiero alchemico.
Ho visto molto di me e delle persone che mi circondano, nei capitoletti rapidi in cui il saggio è suddiviso - e sarà per questo che mi è piaciuto e che l'ho letto in un paio d'ore buche, a scuola.
Il linguaggio, come dicevo, è molto scorrevole e rende il testo adatto e comprensibile anche ai non addetti ai lavori.
Prima di tutto Albanese si sofferma a spiegare le varie fasi del processo di trasformazione alchemica, soffermandosi in modo particolare sul concetto di "Nucleo d'Oro", che comprende in un unicum il principio maschile e quello femminile e sui miti antichi riguardanti l'androgino.

L'androgino: illustrazione del XV secolo.
Successivamente, l'autore si interroga su che cosa sia realmente Amore, sentimento su cui poeti e filosofi hanno consumato una grande quantità d'inchiostro...
Citando molti altri studiosi e psicologi, Albanese tenta di definirne le varie tipologie (ad esempio: l'amore ludico, l'amore solidale, l'amore erotico, l'amore pragmatico ecc.), sottolineando come non tutte corrispondano all'Amore inteso come forma più alta di compenetrazione (fisica e spirituale) fra uomo e donna. Spesso, infatti, secondo Albanese ci relazioniamo con "l'Altro" solo e unicamente in base ai nostri "Ego" (l'Ego-Paura, l'Ego-Rabbia, l'Ego-Solitudine ecc.), usando la nostra relazione solo per rafforzare modelli prestabiliti, che arrivano dal nostro passato.

«[...] i modelli ci consentono di attribuire un nostro personale significato agli eventi, o di formulare un giudizio, su ciò che ci accade, su ciò che accade attorno a noi, sulle persone con le quali entriamo in relazione, su noi stessi. Ma, se da un lato i modelli sono utili perché consentono di risparmiare energia e tempo, dall'altro costringono il pensiero all'interno di binari dai quali è difficile uscire, se non con un atto di consapevolezza e con fatica. Come l'acqua che scorre sempre attraverso gli stessi solchi nel terreno, così il nostro pensiero ripercorre sempre gli stessi sentieri mentali, portandoci sempre nello stesso punto. E questo è chiaramente il più grande ostacolo al cambiamento.» (p. 51)

Cambiamento e trasformazione sono infatti gli elementi necessari per crescere, individualmente e nella relazione.

«[...] trasformare vuol dire allontanarsi dalla luce che conosciamo bene e addentrarsi nel buio, dove mille minacce possono attaccare il nostro equilibrio e farci cadere, col pericolo di non riuscire più a rialzarci.» (p. 99)

Eppure la metamorfosi è necessaria per non parassitare l'emotività altrui e per gettare fondamenta solide nell'ambito della relazione di coppia. Solo lottando contro gli Ego (che determinano comportamenti e reazioni automatici, spesso dannosi), contro la tentazione di giudicare (sempre, automaticamente chi ci sta di fronte) potremo raggiungere realmente l'anima dell'oggetto amato e, dunque, anche la nostra - in un gioco di specchi che (unico, in questa vita) può condurci alla salvezza.

«In particolare, spiega Steiner, durante l'ascolto si dovrà imparare a far tacere completamente la nostra interiorità. [...] Quando riusciremo ad ascoltare i discorsi degli altri con totale imparzialità, facendo completa astrazione dalla propria persona, dalle opinioni e dal modo di sentire di essa, allora attraverso le parole udiremo la loro Anima.» (p. 121)

F. Albanese
Psicologia e alchimia della coppia
Editoriale programma
P. 145

Eloisa Massola
(Recensione precedentemente pubblicata sul blog "Sapevo danzare alla luna")